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PLAYGROUND 03 : Chioggia



ALBERTO IACOVONI: Caro Alessandro,
ti scrivo per proporti un'intervista/dialogo da pubblicare su ARCH'IT nella sezione playgrounds da me curata, e di cui costituirebbe la terza puntata (ecco i links delle due precendenti, e di una introduzione generale che spiega le ragioni di queste riflessioni http://www.architettura.it/playgrounds/index.htm; http://www.architettura.it/architetture/20040130).

Il tema di cui mi piacerebbe discutere è la tua esperienza nel gruppo di lavoro per il piano per Chioggia, che trovo particolarmente appropriato per la rubrica, anche perché sposterebbe immediatamente su un'altra scala e in altri ambiti un ragionamento che fino ad ora può apparire limitato a questioni prettamente architettoniche e per di più estremamente affini ai veri e propri playgrounds.


Vista generale.

Passo subito alle domande, invitandoti insieme ai lettori che ancora non l'hanno fatto ad una visita preventiva ai links di cui sopra. Ci vuoi introdurre come nasce e come si struttura questa occasione allo stesso tempo concreta e sperimentale?

[03apr2005]
ALESSANDRO PETTI: Ciao Alberto,
per raccontare l'esperienza fatta a Chioggia sarebbe interessante coinvolgere Sabina Le Noci, l'architetto che mi ha invitato e che ha coordinato l'operazione con gli altri gruppi. Lei potrebbe fornire un contesto più generale al mio racconto. Potremmo rispondere insieme, tenendo insieme le due scale e i due punti di vista.

ALBERTO IACOVONI: Benissimo, decidi tu, però mandiamola avanti in maniera leggera, istantanea come una chiaccherata, che ne dici?

ALESSANDRO PETTI: Ero appena tornato da un periodo di permanenza in Palestina per una ricerca sui Territori Occupati. Dovevo convincere il collegio di dottorato sulla natura e sui possibili risultati della ricerca. La mattina della presentazione, mostrai 4 scenari per un confine tra Palestina e Israele.


Tra Israele e Palestina.

Alla fine della presentazione, Sabina Le Noci, architetto che conoscevo da alcuni anni, mi avvicinò e mi disse che da poco lavorava come dirigente del settore Urbanistica al Comune di Chioggia e voleva farmi una proposta. Iniziò col raccontarmi dei diversi progetti che con fatica ed entusiasmo stava iniziando. Mi parlò dell'occasione che si presentava per la redazione del nuovo Piano Particolareggiato dell'arenile di sottomarina e dell'idea di lavorare al Piano e oltre il Piano con un nutrito gruppo di progettisti. Mi descrisse l'arenile di sottomarina, come una successione di recinti e muri che frammentavano lo spazio aperto della spiaggia, fino a negarne la vista e l'accesso.




Pratiche e percorsi.

Mi apparve da subito un'occasione straordinaria, provare ad introdurre alcune pratiche sperimentate durante la ricerca, misurandomi con alcuni strumenti di trasformazione e progettazione del territorio, e avendo la fortuna di un "committente-progettista" che conoscevo bene e stimavo. Per questo coinvolsi avanguardie permanenti (gruppo formato da urbanisti, video maker, fotografi e sociologi) e Stalker (laboratorio di arte urbana di Roma).


Pratiche e percorsi.

La task force messa in piedi da Sabina era così formata: Coordinatore S. Le Noci, Progettista M. Pacchiani. Consulenti C. Bianchetti (con A. Cipressi, A. Di Campli, L. Doria, L. Vettoretto), M. Mininni (con S. Cascella, F. Marocco, S. Sabatini). Gruppi di progettazione: Avanguardie Permanenti e Stalker (F. Careri, D. De Mattia, M. Ghidoni, S. Graziani, S. Hilal, A. Petti, L. Racchini, L. Romito, D. Segatto, A. Scarponi), Tav (S. Alonzi, L. Capursi, A. Gagliardi, R. Miglietta, F. Pisanò), Suburbia (M. Moffa, P. Sacco, M. Smith, M. Porto.

 


Pratiche e percorsi.

SABINA LE NOCI: L'idea di fondo era quella di non limitare l'intervento ad un mero adeguamento delle strutture balneari come chiedeva la legge regionale. Mi sembrava che il tema dell'uso dei nostri litorali e tra questi quello di Sottomarina dovesse essere affrontato in modo più completo e per certi versi complesso.


Materiali. Superfici per il divertimento.

Dall'altro lato avevo intenzione di aprire questa splendida città a riflessioni di altra natura rispetto alle consuete che si consumavano entro le strutture comunali. In altre parole mi sembrava fondamentale immettere nella stanca vita urbanistica della città un po' di dibattito. Così pensai di rivolgermi a vari gruppi di giovani architetti, artisti, urbanisti che accanto ad esperti più consolidati potessero impiantare una sorta di cantiere di idee su Chioggia. Così è stato. Per molti mesi la città è stata percorsa in lungo ed in largo da molti studiosi. Sono stati organizzati seminari ed incontri con cittadini ed operatori.


Percorso.

Non è facile, in alcuni contesti, convincere che l'urbanistica, il progetto urbano non sono esclusiva merce di scambio tra sistema politico ed imprenditoriale ma il tentativo di avvicinamento che abbiamo compiuto anche grazie alla professionalità ed alla simpatia della persone coinvolte io credo che abbia contribuito a far capire che si possono ascoltare gli operatori, seguire le loro esigenze in modo trasparente, non filtrato dalla politica.

ALBERTO IACOVONI: La questione che mi interessa in questo contesto è proprio il confine, in quanto atto primigenio di ogni modificazione dello spazio, di ogni architettura, sorta di "spazializzazione" di una parte delle regole che governano i comportamenti della società sul territorio. Penso ad esempio anche alla tua esperienza insieme a Multiplicity per il progetto Border Devices, o agli "scavalchi" con cui Stalker nel suo giro di Roma iniziava un percorso aldilà dei limiti conosciuti e praticati della città, come esperienze che in qualche modo sul confine hanno riflettuto ed agito.
Ed è significativo che una dirigente del settore urbanistico del comune di Chioggia come Sabina proponga una collaborazione in seguito alla tua presentazione del lavoro sul confine tra Israele e Palestina.

In che modo questo gruppo inedito si è dunque avvicinato all'area di progetto e ai suoi confini esterni ed interni?


Visioni.


Visioni.

ALESSANDRO PETTI: La città e il territorio contemporanei sono rappresentati da molti studiosi e dai media come spazi fluidi, senza confini, privi di esterno, continuamente percorsi da flussi. Esistono una retorica e un immaginario legati alla nuova libertà di movimento, all'annullarsi delle distanze dovute ai nuovi sistemi telematici e meccanici. Molti progetti di architettura negli ultimi anni si sono costruiti attraverso queste retoriche. Con grande fatica, ultimamente, si sta facendo largo la consapevolezza che parallelamente al proliferare di nuove reti informatiche, finanziarie, economiche, si sono moltiplicati confini, barriere, punti di controllo a protezione delle reti. All'immaterialità dei flussi è corrisposta un'accelerata fortificazione dello spazio fisico.

Nella nostra esperienza a Chioggia, abbiamo deciso che era arrivato il tempo di rimettere di nuovo i piedi per terra, attraversare gli spazi della città, esplorare i suoi confini materiali senza necessariamente passare attraverso mediazioni progettuali o teoriche. È dall'attraversamento degli spazi contemporanei che si può avere l'esperienza di come la città una volta distrutti i suoi confini esterni, abbia iniziato a costruire nuovi confini interni, nuove divisioni e separazioni. In un tempo in cui figure come ibridazione, connessione, trasparenza hanno riempito molte relazioni di progetto, ciò che in realtà accadeva sotto i nostri occhi era esattamente il contrario, la fine della promiscuità, l'isolamento e la costruzione di spazi omogenei. Così la nostra prima mossa è stata quella di percorrere per gli spazi di sottomarina di Chioggia. Tra ringhiere, palazzi, camping, e spiaggia abbiamo scoperto che a Chioggia esiste un parco urbano che oggi può essere riconosciuto come tale solo da una visione dall'alto. Ad impedirne la completa percezione e l'utilizzo è la serie di recinti e divisioni che ne riducono la fruizione e ne impediscono la vista. Il parco è situato tra la strada e il mare ed è il frutto di una mutazione urbana. L'arenile di sottomarina contrariamente ad altri, invece di accorciarsi, fenomeno dovuto all'erosione, continua ad allungarsi creando così continuamente nuovi spazi.




Attraversamenti.

Questo processo lento e continuo ha prodotto l'occasione di trasformare il classico insediamento del lungomare, strada-marciapiede-spiaggia-mare, in una "mutazione genetica" del lungomare, un nuovo modello urbano che abbiamo chiamato parco implicito. Nell'arenile di sottomarina si possono trovare le funzioni più svariate: dal luna park alla piscina, dai parcheggi ai ristoranti, dagli hotel ai camping. Gli attori coinvolti nella trasformazione fisica dello spazio, per piccoli sussulti, anno dopo anno e all'interno di un rigido schema variato radicalmente dalla nuova disponibilità di suolo, hanno costruito una scheggia del parco. La trasformazione di ogni singolo frammento, in sé non così importante, ha prodotto un grande progetto collettivo inconsapevole.


Spazio tra.

Questo patrimonio, autoprodotto, per poter esprimere tutto il suo potenziale ha bisogno di essere esplicitato, di esser portato alla luce del sole ed esser così radicalizzato pena la iterazione di un sistema che porterebbe verso l'implosione. Ciò che con le nostre esplorazioni abbiamo scoperto è l'esistenza di parco autocostruito per recinti isolati. Ciascuna area data in concessione è però un'isola priva di collegamento con le altre, diminuendo in questo modo il vero potenziale del parco. Questo sistema è oggi arrivato al suo limite fisico. Continuare per inerzia l'occupazione di suolo per singoli lotti, senza una visione d'insieme, significherebbe portare il sistema oltre il punto di crisi attuale, rendendo praticamente ingestibile e inaccessibile l'intera area. Per questo da subito l'idea di progetto era rendere il parco latente di sottomarina un Parco esplicito. Sono stati realizzati: il rilievo dei materiali con cui il parco si è costruito, un'azione di attraversamento dei recinti insieme ai concessionari e all'amministrazione per scambiarsi idee e condividere esperienze e visioni, e alcune esplorazioni progettuali.




Visioni.


Progetto.

SABINA LE NOCI: L'immagine del parco attrezzato che il gruppo guidato da Alessandro ci ha sin dai primi incontri rivelato ci ha subito suggerito alcune mosse per il lavoro futuro. La prima riguardava l'idea di promuovere una sorta di autocoscienza dell'esistenza del parco attrezzato sia negli operatori turistici che nella città; la seconda riguardava il tipo di progetto da proporre che doveva affrontare il tema della possibilità di fruire il parco attualmente, esistente solo se visto dall'alto o attraverso le foto scattate da Stefano Graziani. Inoltre la densità delle funzioni e delle attrezzature ci suggeriva alcune similitudini di questo spazio, emblematico di tanti altri litorali adriatici. Esso per usare un'espressione di Cristina Bianchetti ci sembrava più che un luogo "naturale" una periferia urbana. Proprio perché il parco "implicito" di Sottomarina come alcuni spazi periferici appaiono contemporaneamente ricchi per le potenzialità spaziali e per le pratiche che in essi si svolgono ma estremamente impoveriti dalle soluzioni di progetto.

ALBERTO IACOVONI: Immagino da queste vostre risposte che dunque sia possibile proporre una idea differente di confine, che non separi ma metta in relazione, è possibile ad esempio per usare le parole di Piero Zanini "guardare al confine come ad uno spazio" su cui intervenire positivamente...
Per essere + concreti possibili allora, in che modo nell'esplorazione del luogo e nella sua progettazione vi ci siete confrontati?

ALESSANDRO PETTI: Fin dalla prima esplorazione dell'arenile (500m per 2 Km), ci è da subito sembrato importante misurarsi con i recinti delle concessioni che ingabbiavano le grandi potenzialità di un grande spazio aperto modificabile, in grado di variare al variare delle stagioni, tra il giorno e la notte. Un suolo in cui è possibile lasciare tracce che con il tempo scompaiono, un suolo continuamente riprogettabile, aperto a nuovi usi. Ciò che è era in contrasto con l'idea di un confine che unisse era la trascrizione fisica, tridimensionale sul territorio dei limiti delle concessioni, barricate che dividono i singoli stabilimenti. Le linee che sulla carta erano tracciate per indicare limiti di concessioni, si sono tramutate in recinzioni di ogni tipo, ostacoli insormontabili.





Attraversare lo spazio longitudinalmente, scavalcando i confini delle concessioni ci apparve da subito un'azione in grado di fornire una visione progettuale, un attraversamento in grado di costruire il progetto senza passare prima attraverso mediazioni grafiche. Un progetto in scala 1:1, senza costruire volumi, ma individuando luoghi in grado di costruire il senso del progetto, esperire la differenti porosità dello spazio, scoprire parti dove il passaggio è possibile, negoziare con i concessionari uno spazio comune, un buco nella recinzione, uno spazio interstiziale ricavato tra quelle parti che il ferreo progetto di privatizzazione ha ignorato. Spazi tra il parcheggio e il retro delle cabine, tra un cantiere e la rimessa degli ombrelloni. Così, attraversando questi spazi, il progetto si è realizzato per un giorno, camminandoci attraverso. Coinvolgendo concessionari, persone di passaggio, amministratori, abbiamo percorso uno spazio negato, invisibile ma capace di costruire relazioni tra le concessioni recintate. Un terreno comune attraverso cui passare tra uno stabilimento e l'altro. Spazi interstiziali aperti ad ospitare strategie che mettano in relazione le diverse parti del parco implicito.

ALBERTO IACOVONI: Questo lavoro sulla porosità dei confini, sull'individuazione degli interstizi e dei passaggi come si è tradotto nel progetto finale? In altre parole: come si può tradurre in qualcosa che è inevitabilmente prescrittivo -il progetto appunto- questa mobilità e apertura dello spazio? E infine: quali sono gli scenari che avete individuato e in che modo potranno influenzare lo sviluppo futuro di Chioggia sottomarina?

ALESSANDRO PETTI: Vi sono stati principalmente tre differenti esiti. Il primo di natura burocratico-normativa: la consegna di tutti gli elaborati che la legge richiede per un Piano Particolareggiato. Il secondo di natura teorica/progettuale che comprende tutti quei progetti e pratiche che hanno influenzato il Piano ma che non sono rientrati come materiali del Piano e che ciò nondimeno possono essere considerati degli agenti di trasformazione. Il terzo è dato dal contributo particolare di ciascun gruppo. Le immagini allegate hanno l'impossibile compito di far intuire alcuni degli scenari per l'Arenile Parco di Chioggia.


Progetto.

SABINA LE NOCI: Come si è conclusa questa esperienza? Un'esperienza come questa non si conclude mai, ma presuppone alcuni step.

Come ha detto Alessandro un primo risultato è il piano dell'arenile che seppur non del tutto soddisfacente o corrispondente al lavoro dei tre gruppi e dei consulenti ha comunque alcune interessanti peculiarità, o se mi consentite un po' di gergo sembrerebbe aver sfondato qualche porta. Si propone non come uno strumento tappa buchi o, come spesso succede con questo tipo di piani dove forti sono le pressioni delle categorie degli operatori, un semplice atto di legittimazione di singole e spesso complessivamente disarticolate esigenze ma come un progetto condiviso. Le nostre interviste, le passeggiate, i seminari, la formulazione dei desiderata hanno costruito soprattutto un dialogo tra l'amministrazione, gli operatori ed i cittadini. Questo ha dato modo di costruire uno strumento condiviso. Dove per condivisione si intende anche la consapevolezza, la presa d'atto dell'esistenza di una serie di attrezzature che sono patrimonio di tutti... Per il resto l'esperienza, sotto varie forme, è ancora in atto.





Una prima occasione di proseguire la riflessione ed il progetto su alcuni dei temi nati durante il lavoro collettivo sul progetto dell'arenile di Sottomarina è quella che avremo con alcuni studenti del politecnico di Torino nell'ambito di un laboratorio integrato coordinato da Cristina Bianchetti, e tenuto oltre che da Cristina da Francesco Gastaldi e me, proprio sulla spiaggia di Sottomarina. Seminario che si terrà dal 13 al 15 aprile qui a Sottomarina, al quale spero vorrà relazionare e partecipare Alessandro per AP. In seguito quando il piano sarà approvato in regione avvieremo con l'Amministrazione e gli operatori altre forme di collaborazione per continuare a lavorare sullo spazio della spiaggia come in un vero e proprio laboratorio.

ALBERTO IACOVONI: Grazie, avrei ancora molte domande, ma quanto ci avete raccontato è già abbastanza corposo... L'invito è dunque a partecipare a questo incontro, per chi potrà essere a Sottomarina dal 13 al 15 aprile. Per tutti gli altri l'appuntamento è al prossimo playground, che, prometto, non tarderà a mettersi in gioco su queste pagine...

Teatrino.


Skate.


Palestra roccia.


Lounge.

Chioggia

Un progetto di Avanguardie Permanenti e Stalker. Maggio 2004.

Francesco Careri
Donatello De Mattia
Matteo Ghidoni
Stefano Graziani
Sandi Hilal
Alessandro Petti
Luca Racchini
Lorenzo Romito
Diego Segatto
Antonio Scarponi
> STALKER

La sezione Playgrounds
è curata da
Alberto Iacovoni


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