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PLAYGROUND 04 : PLAYSCAPE. Lo spazio come res publica



La quarta puntata di Playgrounds, non me ne vogliate, prende spunto di nuovo da un progetto che riguarda in prima persona il curatore/autore di questa rubrica, dato che la sua ragion d'essere è proprio in quello che oggi chiameremmo con un senso di nausea conflitto d'interessi ma che a me piace chiamare critica e/o teoria (ma poi che differenza fa?) militante: progetti concreti e visioni (im)probabili che si mescolano e si confrontano, salti in avanti e brusche ricadute nella realtà che costruiscono pezzo a pezzo un percorso di ricerca. Anche perché fino ad oggi nessuno ci paga per pensare e basta...

;)

Playgrounds, lo ripeto come un invito a contribuirvi (1), vuole essere uno spazio aperto per raccogliere non solo progetti, ma anche contributi teorici all'incrocio delle coordinate che misurano il carattere processuale, interattivo e informale di un'architettura. Ma le vicende del nostro playscape, che lascio a un racconto collettivo dello studio, credo che siano illuminanti riguardo non solo a questa strana forma di concorso che è Europan -e al rapporto tra progetto e ricerca- ma soprattutto riguardo alla dimensione politica dell'architettura. Dimensione oggi spesso dimenticata, che sembra invece riemergere prepotentemente quando, come in questa architettura ludica, si inizia a rimettere in discussione processi di scelta e forme di controllo, fuori dall'ambito inoffensivo dell'installazione o della pratica artistica, nello spazio pubblico, nel corpo stesso dell'architettura. [AI]



 


Esattamente due anni fa, sessione VII del ciclo Europan (2), iniziamo la nostra ricerca del luogo ideale per il progetto ideale, nonché -speriamo- vincente. Fa sempre un certo effetto avere tra le mani questo strano catalogo di situazioni urbane che è il libro/bando -oggi ormai tutto in un website- di Europan, sorta di Postal Market della condizione urbana in Europa: dalle tristi brume della Sassonia fino ai sassi e le lucertole dell'Africa spagnola ogni due anni alcune centinaia di architetti sotto i quarant'anni (3) indagano questo campionario alla ricerca del luogo ideale, cercando di mettere insieme intenzioni, desideri ed opportunità quali una giuria di proprio gusto, un sito che magari si riesce pure a fare il sopralluogo, un tema urbano su cui si dispone già di qualche cartuccia da sparare, oppure uno completamente inedito perché affascinati da qualcosa di inaspettato etc. etc.

Noi scegliamo due siti -questa è una delle scelte che in certi momenti di profonda ed esagerata autostima si crede di poter sostenere fino in fondo- dei quali è quello di Drancy che avrà l'onore delle cronache. Siamo nella periferia di Parigi, in uno di quei comuni che un tempo facevano parte della cosiddetta "cintura rossa" ed operaia della capitale francese. L'area fa parte del tema "revitalizing overplanned housing development" (perché ogni sessione individua alcuni temi di attualità con cui raggruppare anche siti molto distanti tra loro); si tratta infatti di un quartiere di edilizia economica e popolare (in Francia si chiamano HLM, Habitation à Loyer Modéré) costruito negli anni '60 per mano di un architetto francese molto conosciuto, Marcel Lods (4).

[17jul2005]

La nostra scelta ha una ragione molto semplice dato che è dalla nostra tesi di laurea, su cui lo studio si è in qualche modo formato, che continuiamo a lavorare e riflettere sui quartieri di edilizia residenziale pubblica, ed è dettata dalla possibilità di affinare, progetto per progetto, strumenti e strategie di intervento. L'idea fissa che ci spinge prima a scegliere per la tesi di laurea il Laurentino 38 a Roma come quartiere campione per testare l'opportunità di "densificare uno per densificare tutti" o quasi i piani di zona nel comune di Roma, poi a partecipare vittoriosi al concorso per la riprogettazione degli spazi pubblici a Rozzol Melara, o infine come è accaduto recentemente a prendere parte all'operazione Immaginare Corviale, l'idea fissa dicevamo è che questi pezzi di città sollevano delle questioni fondamentali che vanno oltre il caso specifico e le vicende singolari che ne hanno fatto dei luoghi problematici, che investono alcuni passaggi centrali dell'architettura del ventesimo secolo e sollecitano nuove proposte per quella del ventunesimo; questi quartieri infatti sono spesso la realizzazione in terra di un vero e proprio esperimento d'architettura, la traduzione integrale in parti città dei modelli prodotti nel secolo scorso, più radicale nel caso di Corviale, molto meno in quello della Cité Salengro di Drancy. Un esperimento che potremmo definire, senza voler drammatizzare, fallimentare se non altro perché ha prodotto una realtà di certo molto distante dalle idilliache immagini di convivenza sociale ed efficienza urbana con cui si proponevano (5), grandi macchine sociali incapaci di plasmarsi sulle differenze, insostenibili dal punto di vista gestionale, generatrici di spazi pubblici iper progettati abbandonati o al contrario dissolti e frammentati in un generico spazio aperto verde (6).



Questi quartieri sono in altre parole la traduzione in architettura di un modello di società, microcosmi dove possiamo studiare in che modo quel sogno, quel ragionamento pseudoscientifico, o quella propaganda che ogni architettura porta con sé come sottotesto e giustificazione diventi realtà attraverso la forma e la struttura dello spazio; sono un'occasione unica per tentare di dipanare le complesse relazioni tra progetto costruzione e vita vissuta che determinano il successo o il fallimento di un pezzo di città.





Ma progettare in/su/dentro questi quartieri non è solo una necessità -riqualificare-, e neppure solo un'opportunità - comprendere: è soprattutto la scelta di affermare un'idea di città possibile che non si costruisca per gesti sintetici (l'architettura e anche l'urbanistica sono sempre sintesi rispetto alle mille sfaccettature della realtà) ma attraverso aggiustamenti successivi, esattamente come si è costruita negli anni la complessità della città storica.

Drancy dunque, e poi anche perché alcuni di noi hanno lavorato a Parigi ormai molto tempo fa, approfittando del tempo libero per andare alla deriva in alcuni di questi quartieri -quartieri gemelli, simili, come ne è piena la cintura rossa della capitale- e immaginare, solo immaginare di vincere e chissà pure realizzare qualcosa lì è un sogno che abbiamo tutti dentro, insieme a quello di trovare per un miracolo -Europan ad esempio- qualcosa che ci liberi dalle zavorre italiane. Tra l'altro c'è pure Hertzberger nella giuria francese, e la cosa ci stimola ulteriormente a confrontarci con questo sito.

:)



In sintesi il bando di concorso individua due problemi sostanziali per i quali si chiede di proporre delle soluzioni, problemi tra l'altro abbastanza diffusi nei quartieri simili: il primo è l'adattamento dello spazio privato al cambiamento delle esigenze dei suoi abitanti, per i quali gli appartamenti risultano ormai o troppo piccoli per nuclei familiari che fanno un uso dello spazio domestico molto più estensivo ed ibrido che quarant'anni fa o troppo grandi per quelli formati da single o giovani coppie. In sostanza si chiede ai progettisti, come accade oggi spesso in tutti i concorsi di housing, di proporre grande flessibilità dell'alloggio e diversificazioni di tagli e tipologie. Il secondo problema, endemico della città contemporanea e di queste periferie in particolare, riguarda lo spazio pubblico, poco utilizzato e in maniera disomogenea, pieno di zone d'ombra che diventano immediatamente luoghi insicuri. La demolizione degli edifici esistenti, seppur parziale, è ammessa se ovviamente ben sostenuta da una proposta alternativa.

Interpretiamo il bando seguendo dunque quelle che ci sembrano una richiesta di maggiore plasticità dello spazio privato ed intensità d'uso di quello pubblico.

Il nostro tentativo di sopralluogo, fatto approfittando della presenza di Francesco a Parigi per altre ragioni, fallisce per un incidente ferroviario che lo costringerà a tornare nella capitale... tentiamo dunque di interpretare le qualità ed opportunità che il sito ci offre dalla documentazione fornita dal concorso. Quello che ci colpisce è la qualità e apparente buono stato di conservazione degli edifici, nonché degli spazi interni della corte dove sono situate le scuole, e ci convinciamo di cercare la soluzione meno traumatica possibile per gli abitanti, consapevoli tra l'altro che anche nei quartieri più famigerati come Corviale si produce sempre, nel tempo e anche attraverso le difficoltà, un processo di identificazione con il luogo in cui si abita...



Il progetto propone dunque di lavorare su questi due temi -lo spazio pubblico e quello privato- individuando due differenti playground, ciascuno con una propria logica e con le proprie regole del gioco, commisurate alle tecnologie e agli attori in campo.

Il sistema per aumentare la flessibilità e plasticità dello spazio privato è molto semplice, trattandosi di una estensione della superficie dell'alloggio di due metri ottenuta raddoppiando entrambe le facciate delle barre e della torre del quartiere. Un po' come avviene nelle casette del tessuto pavillonaire circostante, ogni abitante può in questo modo disporre di uno spazio aperto, di un terreno dove decidere se allestire un piccolo giardino pensile, o espandere l'alloggio, in modo da permettere una riconfigurazione degli spazi interni. Le regole del gioco, ché alla fine all'architetto si chiede sempre di stabilirne qualcuna, e non esiste gioco in cui si può dire "fate come vi pare", consistono in un abaco degli infissi -tutti quelli possibili per tipologia di apertura- dove scegliere quello più adatto allo spazio interno corrispondente.





Il risultato, nel tempo, sarebbe dovuto essere un mosaico di chiusure/aperture differenti, la proiezione sull'esterno di un paesaggio sociale multiforme e variopinto, in fondo qualcosa di molto simile a quello che avviene abusivamente in molte logge e balconi del nostro paese...



 

Si propone inoltre di eliminare gli alloggi al piano terra, e di ricostruirli come superfetazione all'ultimo piano, dove avranno un bel terrazzo privato anziché il parcheggio delle auto ed il passeggio di estranei malintenzionati di fronte alla propria camera da letto.



Per lo spazio pubblico si propone un playground economico, capace nelle intenzioni di coniugare apertura, continuità ed intensità d'uso, attraverso pochi e semplici interventi:

- affermazione della priorità pedonale, razionalizzando la sosta e collocando i parcheggi in aree ribassate rispetto al piano pedonale,
- accentuazione della continuità dello spazio con la demolizione l'edificio commerciale sulla punta del lotto e lo spostamento delle attività alla base degli edifici lasciata libera dagli alloggi spostati all'ultimo piano,
- stimolazione di una intensità di uso dello spazio pubblico aperto per la sua indefinizione ad usi molteplici e/o periodici come mercati settimanali e playgrounds per quelli che chiamiamo "sport urbani" (7).

 
Il materiale che scegliamo è l'asfalto, economico, plastico, disponibile ad essere verniciato, disegnato, occupato e rimodellato facilmente, un po' come la lavagna su cui scriviamo la relazione del progetto la notte prima della consegna con pochi concetti chiave, schizzi, e dati quantitativi. Sembrano confluire in questo progetto esperienze, idee e soluzioni progettuali che hanno costruito negli anni il percorso di ricerca di partecipa al concorso (anche degli assenti nella progettazione ma parte del gruppo, con cui abbiamo comunque un patrimonio comune d'esperienze): ritroviamo quella ricostituzione della continuità dello spazio pubblico pedonale elaborata nel progetto per Viale Aventino, il paesaggio urbano come tappeto vivente intessuto dalle azioni dei suoi abitanti del progetto per Porto dell'Europan precedente, ma anche le pratiche di occupazione temporanea dello spazio pubblico come quella del Pranzo Boario di Stalker e di Alexander Valentino a Tottenham Court Road.

Queste pratiche e soluzioni progettuali si fondono in un playscape fatto di architettura informale, perché con un grado di indefinizione -il suolo, l'edificio- che la rende aperta a successive interpretazioni, e per questo interattiva con pochissima tecnologia, architettura processuale infine per la sua dimensione temporale e narrativa.

Certo, il risultato è molto duro, e questo vuoto d'asfalto che ci si para contro andrebbe riempito di un'infinità di attività per comunicarne le potenzialità, ma la notte è fonda mentre ci si lavora, e questo vuoto ci sembra dichiarare la sua apertura a qualcosa che non può essere previsto, ma dovrà essere costruito nel tempo, nella realtà. E poi anche qui, al di là dell'immagine più o meno radicale che esce dal computer, il modello è un qualsiasi boulevard parigino con i suoi marchés hebdomadaires e i ragazzi che vanno in skateboard...

Poi si spedisce tutto e si passano alcuni mesi convinti di aver prodotto un immagine agghiacciante, ripensando e riconsiderando il tutto, convinti dell'idea ma molto meno del suo risultato, come sempre quando da un processo nascono forme e spazi che non ci attendevamo.

In realtà avremmo poi scoperto che proprio quella durezza e quel vuoto sarebbero stati croce e delizia per tutti noi. Quando infatti nel febbraio 2004 partiamo trepidanti alla volta del forum francese di premiazione, quello dove avremmo incontrato finalmente l'amministrazione per verificare le possibilità di realizzazione del playscape a Drancy, già dai primi incontri preparatori con l'organizzazione di Europan France comprendiamo che è vero, abbiamo vinto, ma qualcosa non è andato per il verso giusto.

:o



E più di un signore (ex prefetto del dipartimento della Seine St-Denis, membro della giuria di concorso) che al buffet dice che la nostra minéralisation dello spazio pubblico esprime il nostro disprezzo per questi luoghi, con una indignazione tale da rovesciarsi il gelato sul doppiopetto blu, è l'incontro con due rappresentanti del comune di Drancy -il sindaco non c'è- che ci illumina finalmente.


Pranzo Boario di Stalker, Roma, 1999.


Case per senzatetto, di Alexander Valentino, Giacomo Faiella e Suleyman Al Bassan, circa 2000.

  Capiremo qualche mese dopo al forum europeo ad Atene che nella giuria si era consumato un conflitto furibondo tra i rappresentanti dell'amministrazione a livello nazionale e gli architetti che, nonostante il parere negativo dell'amministrazione locale -non vincolante per la giuria-, con il sostegno decisivo di Hertzberger, testimoniato successivamente da un suo articolo su Bauwelt a riguardo (grazie Hermann!), avevano deciso comunque di far vincere playscape, il colore grigio di questo grande spazio asfaltato contro le nota dominante del verde presente negli altri progetti.

E dunque gli amministratori locali, di cui vi invitiamo a cogliere l'orientamento politico, ancor più indispettiti, dopo aver dato un parere negativo sul nostro progetto di averci invece tra i piedi, ci dicono alcune cose che possiamo riassumere così:

1. qualsiasi progetto ma non il vostro perché
2. lo spazio non è pubblico ma della repubblica che dunque decide cosa farne
3. e l'unica cosa che la repubblica può ritenere conveniente è la privatizzazione dello spazio, come unica forma possibile di controllo
4. perché la convivenza nello spazio pubblico è impossibile, soprattutto a causa dei nuovi immigrati con cui non condividiamo cultura né religione (gli immigrati italiani, ci dicono, loro almeno credevano nel nostro stesso dio)
5. e soprattutto la convivenza è impossibile con tanti giocatori di basket per la strada (perché, ironia della sorte, in quasi tutte le immagini c'è un giocatore di basket, e dal colore della pelle sospetto, che a quanto pare nella periferia francese è sinonimo di spacciatore)
6. che gli edifici in realtà vanno demoliti perché fatiscenti (ma questo nel bando non c'era e poi nel nostro tardivo sopralluogo il giorno prima non ci erano sembrati così malaccio)
7. e perché la corte è uno spazio che le gang del quartiere controllano facilmente: vi si nascondono per i loro traffici, e con un palo ad ogni ingresso è facile prevenire l'arrivo della polizia.





Chiaro il messaggio? Il suolo della repubblica va privatizzato e depurato e per controllarlo si è disposti anche ad abbattere interi edifici, perché, e questa è una scoperta, la "corte" favorisce la criminalità...

Vi risparmiamo il seguito, gli inutili "si vedrà" e le porte lasciate aperte dall'organizzazione di Europan. Ad aggravare la nostra posizione erano anche avvenuti cambiamenti di orientamento da parte dell'amministrazione locale, con promesse da parte del ministero dell'équipement di finanziamenti per la demolizione, ottimo strumento per la centrificazione forzata, per allontanare dal quartiere gli elementi più conflittuali mantenere quelli più solidi e compatibili con lo spazio repubblicano.

Capiamo tra l'altro, leggendo un articolo apparso su Le Monde il 24 febbraio scorso (8), che tra i programmi concertati dalla AGENCE NATIONALE POUR LA RENOVATION URBAINE le demolizioni sempre più frequenti sembrano rinunciare alla possibilità di rinnovare e riqualificare questi quartieri.



Qui si infrangono dunque -per ora- i nostri sogni di costruire in Francia, e di riprogettare un quartiere di edilizia residenziale pubblica. Usciamo dall'incontro parigino stupefatti, come quando ci si aspetta un bacio e si riceve uno schiaffo -anche se poi abbiamo ufficialmente tutti brindato con dello champagne con etichetta "Drancy" appositamente stampata preparata dall'organizzazione come trofeo...; coinvolti nostro malgrado in questioni tutte interne alle logiche del concorso, diveniamo piano piano fieri di avere messo a nudo, anche ingenuamente, modificando il rapporto tra progetto, controllo e scelta, la questione scottante della politica dell'architettura, del suo farsi polis.

Il cerchio si chiude, ritroviamo questioni che sembravano sepolte, verifichiamo sulla nostra pelle il valore politico di un'architettura ludica, riconosciamo la nostra differenza, contro un'idea di città fatta di spazi privati al pubblico leggiamo ora con più chiarezza in quelle immagini di festa urbana un'utopia concreta, fatta di molta libertà, poche regole, mezzi semplici, e di una indispensabile buona dose di ottimismo.

ma0
ma0@ma0.it
NOTE:

1. Approfitto per ringraziare quanti hanno voluto proporre altri progetti da inserirvi e per scusarmi di non inserirli nella rubrica, non tanto perché non siano dei buoni ed interessanti, quanto perché -almeno fino ad ora- non adatti a spiegare un concetto che va ancora rafforzato con casi esemplari, come quello che segue.
2. È già in corso tra l'altro l'ottava sessione di questo concorso unico nel suo genere -di simili al di fuori dell'Europa non ve ne sono-, promessa di una felice unione tra cose concrete e sperimentazione, sorta di miraggio per intere generazioni di giovani architetti di passare dall'immaginazione alla costruzione, strumento di diffusione importante comunque per molti che da qui hanno mosso i primi passi verso la notorietà (basti pensare a MVRDV o a Nirijc+Nirijc).
3. Nell'edizione Europan 7 si sono registrati 3500 gruppi, di cui 2031 hanno consegnato. Dal sito Europan.
4. Qui trovate uno dei suoi progetti più famosi, la Cité de la Muette anch'essa realizzata a Drancy.
5. Rimandiamo a "FUTURO ANTERIORE" nota introduttiva al progetto per Rozzol Melara per altre considerazioni sull'argomento.
6. Sull'argomento ricordiamo un breve ma chiarissimo articolo di Corboz apparso su un'ormai storico numero di Casabella. "Avete detto spazio?", in Casabella, 597-598, 1993.
7. Attività che possono colonizzare lo spazio pubblico senza privatizzarlo, come lo skateboarding, che ha diffuso nella città contemporanea forme di imprevedibile appropriazione.
8. Per chi è abbonato si può ancora leggere qui.
MA0. PLAYSCAPE

Progetto di concorso per la Cité Salengro a Drancy, Francia. Europan VII, primo premio, 2003.

gruppo di progettazione:
ma0 (Massimo Ciuffini - capogruppo, Ketty Di Tardo, Alberto Iacovoni, Luca La Torre), Barbara Renzi

con:
Francesco Careri, Alexander Valentino

> EUROPAN
> MA0

La sezione Playgrounds
è curata da
Alberto Iacovoni


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