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FORUM: CONCORSI DAVVERO

Concorsi, architettura, Legge Merloni

Paolo Perotti



Tempo addietro si parlava di architettura, dei suoi aspetti culturali, dei linguaggi, del movimento moderno, del suo superamento, delle tendenze ecc..

Il punto qui non è tanto il dibattito in sé ed i fermenti che caratterizzavano 20 o 30 anni fa il mondo dell'architettura, quanto il fatto che quel dibattito e quei fermenti presupponevano l'esistenza dell'architettura: questa era un dato di fatto che nessuno si sognava di mettere in discussione.

Il dibattito riguardava il "come" fare architettura, ed in seconda battuta "per chi" e "perché". È da notare come l'ultimo movimento culturale significativo in Italia sia stato il post-moderno.

L'introduzione della Legge Merloni, non in quanto a corpo normativo volto a regolamentare l'appalto di Opere Pubbliche (necessità riconosciuta pressoché da tutti), ma per una serie di sue specificità, ha prodotto un vero e proprio trauma nel mondo dell'architettura italiano. Di fatto ha spostato l'intero asse di interesse e dibattito dal "come, per chi e perché" al "se, cosa e perché".

La Merloni, relativamente alla progettazione, ha operato su tre fattori chiave: l'assimilazione delle più svariate categorie di opere all'interno dell'unica grande famiglia delle Opere Pubbliche, il curriculum professionale ed i requisiti economici ed organizzativi dei candidati. In questo quadro due sono gli elementi che saltano all'occhio: i limiti, pressoché invalicabili per la maggior parte di architetti e studi professionali, posti al cosiddetto "libero mercato" e la relegazione del progetto all'ultimo posto della sequenza procedurale.

Di fatto si è realizzato un mercato ristretto, accessibile a quei professionisti e studi professionali dotati di curriculum ventennali in Opere Pubbliche (cioè, in pratica, gli stessi della "prima repubblica") ed alle potenti società di ingegneria, dotate di relazioni e mezzi capaci di acquisire "nomi" e relative referenze: i giovani esclusi al 100%.

La Merloni decreta di fatto il ‘blocco' dell'architettura in Italia: g li architetti, di colpo, devono disinteressarsi del loro mestiere, dimenticare la propria identità intellettuale e professionale, ed affannarsi alla ricerca di alleanze innaturali, sodalizi impensabili con engineering, raggruppamenti forzati o ammucchiate paralizzanti che dir si voglia; di colpo, devono mettere da parte l'architettura, i suoi significati, il suo rapporto con la società e la storia, gli aspetti formativi e culturali del progetto, ed occuparsi, studiare, interpretare e specializzarsi negli aspetti procedurali, normativi, formali e burocratici.

Il colpo di grazia all'architettura viene inflitto, paradossalmente, con i concorsi. La Merloni, tra le procedure, contempla anche i concorsi, ma, e nemmeno tanto velatamente, come procedura eccezionale, e dunque come tutte le eccezioni, serve unicamente a confermare la regola.

Il dato meno apparente in questo quadro, proprio perché tutta l'attenzione è concentrata sulle procedure ed i loro meccanismi, è il fatto che è implicitamente posta in discussione la stessa necessità dell'architettura. Quasi fosse un capriccio degli architetti o un di più, un qualcosa di superfluo non richiesto e non necessario, se non addirittura un lusso, uno spreco. Atteggiamenti che non considerano come il movimento moderno e la gran parte degli indirizzi e delle tendenze contemporanee considerino, tra i tanti componenti ed elementi dell'architettura, il suo intimo rapporto con l'economia e con l'uso razionale delle risorse.

Dunque un mercato della progettazione di Opere Pubbliche limitato e praticamente protetto.

Dunque la totale esclusione dei giovani da questo mercato; quindi, per loro, impossibilità di espressione, di confronto, di elaborazione, di crescita.

Dunque procedure che eludono la ricerca di soluzioni architettoniche affinate ed ottimali, relegando il progetto all'ultimo stadio dell'iter, ad incarico assegnato e, a quel punto, con i tempi strettamente necessari allo sviluppo del progetto ed all'espletamento delle pratiche formali e burocratiche.

Dunque concorsi ridotti al numero minimo, per lo più estremamente esclusivi per dimensioni, tempi e costi, ed usati politicamente a giustificazione e copertura del sistema generale degli affidamenti.

Il concorso rimane, allo stato attuale, lo strumento principe per realizzare architettura di qualità, per stimolare il confronto e la ricerca, per rendere effettivo e concreto il libero mercato e la leale concorrenza.

Perché in Italia viene usato così poco e male?

Ed ecco la domanda-corollario: forse nel nostro paese abbiamo raggiunto un livello di sviluppo in cui l'architettura non è più necessaria?

Questa domanda va girata direttamente al mondo politico, alla dirigenza politico-amministrativa del nostro Paese, che ha prodotto la Legge Merloni, e che si è dimostrata sorda a tutti gli appelli e le voci che si sono levate da più parti (Ordini, CNA, Associazioni ecc.), se non per modificare radicalmente questa legge, quantomeno per un maggior utilizzo del concorso.

La domanda va girata ai nostri politici e amministratori, anche e soprattutto a livello locale, in quanto in tante, nella maggior parte di occasioni, potendo scegliere tra gara d'appalto e concorso, scartano quest'ultimo.

La domanda –in Italia l'architettura non è più necessaria?– se ne porta però dietro un'altra: perché gli altri Paesi europei -e non solo- ed in particolare quelli più avanzati, dei quali pretendiamo far parte, hanno individuato nell'architettura una delle componenti più potenti nei processi di riqualificazione urbana e di rilancio sociale ed economico di intere città, aree, regioni? Perché intere nazioni e la stessa CEE dichiarano l'architettura "espressione culturale ed insostituibile patrimonio della società"?

Quelli sono i Paesi i cui governi e parlamenti promulgano leggi per l'architettura, investono l'architetto del suo vero e pieno ruolo di regista e pensatore dell'opera, rendono il concorso strumento privilegiato, quando non obbligatorio, per la scelta dei migliori progetti e l'affidamento dell'incarico ai relativi autori. Sono i Paesi in cui il riconoscimento del ruolo dell'architettura e dell'architetto, concretizzato mediante complessi legislativi specifici ed altrettanto specifici adeguamenti economici, hanno creato le condizioni per l'accesso al mercato da parte dei giovani, per il confronto e la competizione, per la ricerca di soluzioni innovative, per il progresso delle nuove tecnologie, per l'aggiornamento e l'avanzamento delle stesse imprese di costruzione: terreno fertile, humus in cui architetti e studi professionali hanno avuto modo di crescere, adeguarsi alle nuove esigenze organizzative, produttive e tecnologiche, produrre rinnovamento culturale e dunque nuovi stimoli, nuove tensioni creative.

In Italia, se "tangentopoli" è stata un grave sintomo di una malattia in qualche modo curabile, la Legge Merloni, medicamento anomalo e deviante, ha reso il malato terminale: per quanto ci riguarda, un'intera generazione di architetti culturalmente bloccata al più retrivo dei movimenti culturali, un mondo culturale congelato a 20 anni or sono, un mondo professionale indotto, o costretto, all'affarismo, al "faccendismo", un mondo imprenditoriale incapace di affrontare le tecnologie avanzate, per non parlare di quelle nuove: per i giovani talenti restano solo le invitanti spiagge degli altri paesi: vecchia storia… ci rubano i talenti!

Paolo Perotti
[05dec2002]

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