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Lo sguardo dell'architetto-costruttore:
Renzo Piano a Parigi. Un bilancio.

di Luigi Manzione


A poche settimane dalla chiusura della grande mostra Renzo Piano, Un Regard Construit (19 gennaio-27 marzo 2000) allestita al Centre Georges Pompidou a Parigi, Arch'it propone lettura a più voci dell'evento. Valérie Châtelet reinterpreta la figura dell'architetto genovese attraverso la configurazione di quest'ultimo evento-mostra; Luigi Manzione entra all'interno dei progetti esposti per evidenziare il carattere costruttivo che emerge su tutta l'opera di Piano; Valérie Châtelet e Luca Marchetti propongono una corposa intervista a Olivier Cinqualbre, curatore della mostra.





[18may2000]
Ventidue anni dopo l'exploit del Centro Pompidou nel cuore del centro storico di Parigi, l'architetto genovese è ritornato alla ribalta con la mostra Renzo Piano, un regard construit. E proprio al "Beaubourg" -come i parigini chiamano familiarmente il "suo" Centro Pompidou- in occasione della riapertura dopo due anni di lavori che ne hanno radicalmente trasformato l'organizzazione interna.

Doppio evento culturale e mediatico, la riapertura e l'esposizione dedicata al suo progettista (insieme con l'inglese Richard Rogers), ha decretato la "consacrazione" ufficiale in Francia di Piano, premio Pritzker 1998, massima onorificenza attribuita ad architetti di fama mondiale.
Questa del Beaubourg è stata la più completa panoramica finora allestita sulla sua opera, ben più ambiziosa delle recenti mostre "Out of the Blue" del 1997 a Bonn, Napoli e Tokyo e di quella alla Fondazione Beyeler a Basilea dello stesso anno. Inutile dire che è apparsa subito agli occhi la dimensione internazionale e cosmopolita del lavoro di Renzo Piano, con studi a Genova e a Parigi -denominati Building Workshop, atelier di costruzione, per sottolinearne appunto il carattere concreto e costruttivo- e progetti disseminati in tutto il mondo (Australia e Giappone compresi).
L'avventura di Piano comincia nel 1971, proprio a Parigi, con la vittoria del concorso per il Centro Pompidou. La mostra ha assunto questo come momento cruciale: non a caso il suo spazio era collocato all'ingresso, in primo piano. In essa, le tappe più significative dell'opera di Piano, ventidue progetti-chiave, si sono snodate intorno a tre temi: l'invenzione, l'urbanità e il sensibile, documentati grazie alla presenza di numerosi schizzi, disegni di progetto, elaborati di cantiere, plastici, fotografie, prototipi di elementi strutturali, filmati, oltre che postazioni informatiche e una completa documentazione bibliografica cartacea.

Nella prima sezione, dove erano esposti anche i primi lavori realizzati negli anni '60, era già visibile l'attitudine all'invenzione strutturale e alla sperimentazione sui materiali. Più tardi, questa ricerca paziente sul rapporto tra struttura e forma si concretizzerà in architetture di grande respiro come l'aeroporto di Kansai in Giappone (1988-94) e la chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo (1991, in corso di esecuzione). Nel primo, Piano lavora all'insegna di una sua "poetica dell"aria", riuscendo a fare di una colossale infrastruttura, di lunghezza pari ai 2/3 degli Champs Elysées, una interessante macchina di circolazione dell'aria naturale, in cui le sculture dell'artista giapponese Shingu sono in perenne movimento sotto il tetto sinuoso, segnando visivamente il fluire dell'aria stessa. Nella seconda, l'architetto genovese unisce alta tecnologia e citazione storica, ponendo la sua innegabile perizia (la "prouesse", secondo i francesi) al servizio della realizzazione di una cupola con archi di pietra. Archi che, da un lato, ricordano la tradizione costruttiva delle cattedrali gotiche, dall'altro volgono decisamente lo sguardo al futuro, agli strumenti del calcolo informatico e del laser. Robert Rauschenberg, padre della Pop-art americana, collabora qui con Piano, "illustrando" a suo modo, come in un fondale di scena teatrale, la parte superiore vetrata della facciata principale. Nel complesso di servizi di Nola, del 1995 l'invenzione tecnica deborda alla scala del territorio. Qui, all'ombra del Vesuvio, si ha una vera e propria costruzione del paesaggio, un preesistente non-luogo mutato in ordinata escrescenza artificiale, "buon Vulcano" non più minaccioso.

La seconda sezione della trilogia, quella dedicata all'urbanità, al rapporto architettura-città, ha presentato, tra gli altri, i progetti per il Centro Pompidou (1971-78), la riconversione del Lingotto a Torino (1983-95), la riqualificazione del porto di Genova (1985-92), la ricostruzione del quartiere della Potsdamer Platz a Berlino (1992-99). Al Beaubourg di Parigi, Piano materializza una sorta di parodia di un "modello tecnologico industriale": un villaggio medievale verticale, futurista e high tech, immensa macchina urbana (come dice lo stesso architetto in un filmato dell'epoca) destinata ad opporsi all'aura del museo inaccessibile. E l'afflusso di 25.000 visitatori al giorno dimostra pienamente la sua riuscita, al di là delle tante polemiche, come luogo aperto, produttore di eventi di cultura.

Nell'ultima sezione -il sensibile- l'universo profondo dell'architettura, laddove la ricerca si concentra sui valori costitutivi, come lo spazio e la luce (di preferenza zenitale), l'aria e il verde, il rapporto con il sito naturale, la trasparenza. In una parola, con quelli che Piano chiama gli "immateriali" della costruzione. Sono lavori di notevole rilievo: dall'edificio per abitazioni in Rue de Meaux a Parigi (1987-91) allo Spazio musicale per l'opera "Prometeo", dal Museo della Fondazione Beyeler a Basilea (1992-97) fino al recentissimo Centro culturale J.-M. Tjibaou a Noumea in Nuova Caledonia (1991-98). Nel "Prometeo" (con la musica di Luigi Nono, i testi di Massimo Cacciari e la direzione di Claudio Abbado), nella chiesa veneziana di San Lorenzo, Piano dà vita ad un'"Arca", uno spazio concepito come strumento musicale in legno lamellare, dalle note proprietà acustiche. Una suggestiva interazione tra spazio e musica, tra spettatori e musicisti, anima la sala, con questi ultimi che circondano il pubblico, seduto nel mezzo. E' stato difficile, naturalmente, scegliere le opere di cui rendere conto, così come è stato altrettanto difficile per i curatori della mostra escludere alcuni progetti e preferirne altri. (E ci si potrebbe interrogare a lungo sulle ragioni e i criteri delle scelte e delle esclusioni...). Ciò che emerge, a mostra conclusa, da Renzo Piano, un regard construit è ancora una conferma, forse ovvia ma tuttavia solida: quella dello sguardo dell'architetto-costruttore, di colui che, nelle parole dello stesso Piano, "sa costruire delle case per gli altri, che conosce i materiali e le strutture, studia la direzione del vento e l"altezza delle maree", di colui che "sa perché e come si costruiscono delle abitazioni, dei ponti, delle città".

Luigi Manzione
luiman@free.fr






Luigi Manzione, architetto, insegna all'Ecole d'architecture di Parigi-La Villette (corso Ville et banlieue). Prepara una tesi di dottorato in Urbanisme et aménagement presso l'Università di Paris VIII-Saint Denis. Ha in corso ricerche sui temi dell'urbanistica e della storia della città, in particolare sul rapporto città-periferia; sulla teoria del progetto urbano in Italia e in Francia tra gli anni '20 e '40; sulle trasformazioni del paesaggio della periferia europea. Si interessa, inoltre, di arte contemporanea e di fotografia.
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Intervista a Olivier Cinqualbre

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