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I'm a club owner. I deal in girls.
O, anche, un ragionamento sui lavori dello studio ghigos a partire da un film che sembra non entrarci niente

Stefano Mirti



 
Ho un club. Traffico in ragazze.
È la frase che racchiude tutto il mondo di Ben Gazzara / Cosmo Vittelli, il protagonista di Killing of a Chinese bookie (in italiano: Assassinio di un allibratore cinese). Film straordinario di John Cassavetes (era il 1976).

Cioè. Il film esce nel '76 ed è un flop straordinario. Dopo un paio di anni, Cassavetes lo rimonta, lo taglia di una mezz'oretta e lo fa riuscire.
Se vi capita, cercate di vedere la versione del '78 che è meglio.



Style not class.
(qui iniziano una serie di trascrizioni dai dialoghi del film).

Ma che cosa c'entra John Cassavetes con il gruppo ghigos?
Praticamente nulla, allo stesso tempo moltissimo. Se non avete mai visto il film in questione, procuratevene una copia in dvd: è uno dei film più belli della storia del cinema (ovviamente siamo tutti consapevoli che ognuno c'ha i suoi gusti...).
Già che ci siete, guardatevelo in inglese coi sottotitoli che a guardarlo in italiano si perde tutto il piacere.

http://www.imdb.com/title/tt0074749

Quei film tipo: Rosemary's Baby di Roman Polanski (con una Mia Farrow giovanissima e meravigliosissima), oppure il Mucchio Selvaggio, piuttosto che Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli in Divorzio all'italiana. Insomma l'eccellenza assoluta:

http://www.imdb.com/title/tt0063522
http://www.imdb.com/title/tt0065214
http://www.imdb.com/title/tt0055913

[06aug2007]


Apparentemente sono dei film, in verità si tratta di manuali su come si sta al mondo, come funziona (il mondo di cui sopra), come non funziona e tutte quelle altre cosine e cosette che rendono l'esistenza meritevole di essere vissuta.
E per chi ci arriva, financo viverla meglio (o peggio, a seconda dal lato da cui si guarda).

Ma torniamo al Killing of a Chinese bookie, che sennò iniziamo a divagare troppo.
Anni '70, Los Angeles. Ben Gazzara è il proprietario di questo club/striptease. Il film inizia con lui che sta pagando l'ultima rata di un debito. Roba grossa, cifre alte.

- Cosmo, you're a prince. Now you can go out and work for yourself.
- Marty, you're a lowlife. No offense... but you have no style. I don't ever want to see you again.
- Don't push it...
- Asshole.

(dialogo tra Cosmo e il suo creditore dopo che lui gli ha finito di pagare il debito).

 

Per festeggiare, prende tre delle sue ragazze e vanno in una bisca dove in una sera riesce a perdere 23.000 dollari ai dadi. Quindi, è punto daccapo.
Da qui in poi, la storia diventa pesante (a dir poco). I creditori gli propongono un accordo. Lui uccide una persona e il debito verrà (parzialmente) dimenticato.
Cosmo è un po' riluttante, ma alla fine accetta.
Assassinerà la persona che gli è stata indicata. Con tutto quello che ne consegue. Piccolo dettaglio: l'assassinando è la figura di spicco della mafia cinese sulla west-coast americana.

Da qui in poi il film è un avanti e indietro tra gioco e doppio gioco, moralità dubbie e valori etici discretamente peculiari.
Amicizia, amore, violenza, tradimento.
Lo strano rapporto tra Ben Gazzara e la sua ragazza (anche lei parte del gruppo di spogliarelliste che lavorano nel club). Nonché la relazione tra lui e la mamma di lei. Insomma, una meraviglia totale di ambiguità che non ci dà tregua per l'ora e mezza di durata del tutto.
Ovviamente, visto una volta, essendo che siamo uomini e non caporali ce lo siamo riguardato una seconda. Eppoi la versione del '76 e così via fino allo sfinimento, cercando di assorbirlo e centellinarlo fino a riempirci tutta la testa.

Tutto questo seguendo un processo di auto-distruzione che accomuna il protagonista a tutta una serie di tragici eroi della cultura americana contemporanea.
Poeti invischiati in storie più grandi di loro. Sincerità che si sovrappongono a menzogne assolute, passioni, capacità di crearsi universi fittizi nella propria testa (con tutte le conseguenze positive e negative che ne possono conseguire).



My mother was very funny, had a great sense of humor.
She was so funny, she ran off with this big, fat butcher...
...I don't know where she is...

(qui e là Cosmo ci fornisce dei frammenti di rilievo rispetto alla sua vita e alla sua cosmogonia).

Cosmo Vittelli è sicuramente un personaggio cool.
Portamento perfetto, abbigliamento sempre incredibilmente appropriato per ogni situazione ed evenienza. Forse un po' sopra le righe, ancora, se gestite uno strip, i parametri non sono quelli normali.



The most important thing in life is to be comfortable.
(Altro pensiero cardine del Vittelli-pensiero)

Cosmogonia che vive di palette cromatiche distorte, tonalità warholiane, droga, sigarette, alcool finché basta.

Uh... she was a black girl... Black and beautiful.
...and I loved her...
...and I drink to her... now, uh...

(qui è quando deve spiegare al pubblico dove è finita Rachel, la sua bellissima fidanzata nonché stella di tutta la faccenda).



Dal punto di vista tecnico, il film può essere definito come un noir o come un thriller. In verità è molto di più.
È un trattato sui lati più oscuri e spiacevoli dello show business, il sogno americano nella sua versione più reale del reale.

L'american dream con tutte le sue contraddizioni e assurdità: uno strip-tease malfamato che agli occhi del suo proprietario è il locale più bello del mondo. Dove le sue ragazze sono le ragazze più belle (sempre ai suoi occhi).
Debiti di gioco che vengono ripianati con omicidi su commissione. Gente che ti affida un lavoretto sperando che tu muoia nel portarlo a termine.



Visto da fuori, questo mondo sembra agghiacciante e inspiegabile. Lo strip-tease più bello del mondo è in realtà un localaccio malfamato, la vita di Cosmo è a dir poco grottesca (diciamo pure patetica). Visto da dentro, in soggettiva è il migliore dei mondi possibili. Se l'autodistruzione è il combustibile principale della traiettoria del nostro eroe, si tratta di un combustibile pregiato, raro, ingrediente principale e necessario di qualsiasi tensione verso il sogno e il desiderio.

Per intendersi, è la stessa traiettoria di Jake LaMotta, il toro del Bronx. Campione straordinario sul ring, e figura a dir poco ambigua e controversa nella vita normale (Jake LaMotta è la persona sulla cui storia Martin Scorsese e Robert De Niro ricamano Raging Bull).
Altro esempio (del risultato del processo) è il Kurtz/Marlon Brando in Apocalypse Now (o anche solo nella vita reale). Tutta gente che lavora di fino sulla propria distruzione. Con metodo, in maniera sistematica, con tenacia e caparbietà. Da togliersi il cappello, mica no...

Quando uscì il film di Scorsese, LaMotta chiamò la sua ex-moglie scusandosi. Dicendo che non si era reso conto di essere così orribile e spaventoso. Lei rispose che il film non corrispondeva a verità. Nella vita reale lui era molto peggio.

:o

Comunque sia, qui abbiamo un film che finisce senza alcuna indicazione precisa in merito alla sorte di Ben Gazzara/Cosmo Vittelli.
Se sopravvivrà alle ferite ricevute dai bodyguard della persona che ha assassinato o se invece è destinato a morire.
Cassavetes ci lascia in sospeso, anche se lo spettatore è indotto a pensare che Cosmo morirà da lì a breve, crollando sul marciapiede fuori dallo strip tease.

***

A questo punto possiamo iniziare con le nostre curiosità e domande rispetto a ghigos e ai loro lavori. Robe belle, piacevoli. Ben fatte e intelligenti.
Ma esistono per davvero?
Nel senso, oltreché nella testa di Davide, Barbara e gli altri del gruppo, questi affari che loro progettano dove e quando intersecano la realtà (se la intersecano)? Le mostre, i libri, la rivista Serendipity... tutto quanto. Ma è un qualche cosa che ha attinenza con la realtà oppure no? (tenderemmo a propendere per la seconda).


Studio ghigos. Fast architecture.


Studio ghigos. Gesticolando.


Studio ghigos. (de) fragment.


Studio ghigos. No-Sense.


Studio ghigos. Progettare il tetto giardino.

Se fanno un progetto di architettura questo non viene costruito. Se fanno una lampada, non uscirà mai dalla condizione di prototipo. Se è una rivista, si tratta di un numero unico che sostanzialmente non viene distribuito.
Finché si tratta di un progetto, potremmo dire che sarà capitato così per caso, per errore, per delle ipotesi che non si sono realizzate. Se il 90% dei loro (peraltro belli) lavori hanno questo destino, allora ci deve essere dell'altro.

Questa trentina di persone che sono indicate nel colophon di Serendipity, sono delle persone di carne e ossa? Laura Elli. Esiste per davvero? La si può incontrare? Ha una faccia? Ed Emanuele Naboni o Francesca Pirovano? Sono persone che hanno un numero di telefono a cui possiamo chiamarli o è un progetto alla Pessoa che c'erano trenta personaggi che poi però era sempre lui?
Gli allestimenti che sono stati costruiti, sono cose che ci sono state o si tratta di rendering prodigiosi riferiti a progetti inventati per committenze immaginarie in luoghi in cui nessuno di noi potrà mai andare?

Insomma. È un racconto di finzione o è vagamente reale?
Se fosse tutto un racconto di finzione, saremmo ovviamente estasiati, ma forse la risposta è in una qualche posizione di mezza via...

Attenzione, nel caso che il loro universo fosse analogo a quello di Cosmo Vittelli (il migliore dei mondi possibili, a condizione che questo rimanga confinato nella sua immaginazione), questo non è affatto un motivo di biasimo e/o un commento negativo.
La storia dell'architettura e del design italiano è piena di esempi di eccellenza di persone che hanno lavorato decenni su modalità analoghe. Gente che insegue il suo sogno dimenticandosi completamente del mondo reale, osservandolo da lontano, come se si fosse in una fumeria d'oppio in cui si può passare tutta l'esistenza a sognare, disegnare, scrivere e raccontare.

I loro lavori li vedete qui nelle immagini che scorrono a lato. Progetti che (veri o meno) lavorano e insistono sulla decorazione, sulla forma pura che ipoteticamente potrebbe e dovrebbe salvare il mondo.
A chi scrive l'idea di un'autonomia così spiccata del valore formale non è mai particolarmente piaciuta e/o interessata. Ancora, il percorso e la costanza è più che interessante e stimabile. Le immagini scelte sono per l'appunto un trattato di function follows form. Bellissimo. Affascinante. Ancora, c'è un non so che di tragico in questo universo. Dove tragico è detto in senso positivo. Come fosse Memphis. Apparentemente spiritosissima e coloratissima, se poi uno si ferma un secondo a ragionarci è un mondo peggio di Lamberto Bava (prima di essere scoperto da Quentin Tarantino). Universi disperati tipo le dodici città ideali del Superstudio.

Però...
Forse capiterà anche ai Ghigos di dover pagare dazio, esattamente come è capitato al protagonista del film. Nel film alla fine non riusciamo a capire che cosa succede a Cosmo. Vivrà, morirà, continuerà con il suo club? Non ci è dato da sapere, ma –soprattutto– non è assolutamente rilevante ai fini della storia raccontata.


Studio ghigos. Serendipity.


Studio ghigos. S'oggettiva.


Studio ghigos. StoneAge.



Perché qui c'è un altro livello di ragionamento. In questo momento stiamo parlando di ghigos, semplicemente perché li conosciamo di persona, conosciamo il loro lavoro, ci si vede in Naba, ci si interseca su lavori esterni. Per sgombrare il campo da ogni equivoco, diciamo che ci sembrano tra i più interessanti che si possano trovare su piazza. Soprattutto su una piazza strana e difficile come quella di Milano.

Possiamo dire che i ghigos sono tra i gruppi più attivi dell'intero taglio generazionale. Ancora la domanda non cambia. Ma dove porta tutto questo?
Dove porta i ghigos, dove porta gli altri xyz gruppi che in genere ci regalano gioielli di rara bellezza e poesia?



Porta all'architettura costruita, alle modifiche reali del mondo in cui viviamo?
O alla fine tutto rimarrà una fotina in nota a una qualche rivista internazionale che non sapendo cosa fare fa uscire un numero sull'architettura italiana?

brrrrrrrrrhhhhhhhhhh....
(brivido di freddo lungo la spina dorsale).

L'esperienza ci tenderebbe a suggerire che l'incrocio con il mondo vero non avverrà (soprattutto se teniamo conto dei vincoli e delle regole dell'architettura e del mercato edilizio e immobiliare –altro che gli strip tease di Cassavetes...), ancora però può essere che questa sia una domanda stupida e mal posta.

In fondo, uno come John Hejduk non ha mica costruito granché. E in termini di universo lisergico fittizio, non era secondo a nessuno.
Dunque? Mica è un problema. Uno schizzetto di John Hejduk vale tutta l'opera costruita di Peter Eisenman o tutto il Gehry del dopo Bilbao. Dunque?



Nel contempo però...
il destino di questi eroi (per rimanere in Italia potremmo citare Maurizio Sacripanti o Carlo Mollino e i suoi interni da pelle d'oca) è una storia che raramente ha un lieto fine.
Come se fosse la Thunderbird rosa di Fred Buscaglione. È l'eterna tensione tra la poesia e la pratica professionale. Dove mediamente la poesia ne esce sempre disintegrata.

C'è questo libro interessante di questi due economisti americani, Steven Levitt e Stephen Dubner che si chiama: Freakonomics.

http://www.amazon.com/Freakonomics-Economist-Explores-
Hidden-Everything/dp/006073132X


http://www.freakonomics.com
http://en.wikipedia.org/wiki/Freakonomics

Libro interessantissimo. A un certo punto gli autori ragionano su questo fatto che le prostitute guadagnino all'incirca gli stessi soldi degli architetti.
Che è un dato strano, se si tiene conto degli anni che uno ci mette a diventare architetto degli investimenti e delle responsabilità connesse all'attività legata al costruire.
In più, basta considerare questo elemento banale: mentre abbiamo un sacco di architetti che sono clienti di prostitute, l'opposto non capita praticamente mai.



Perché questo?
Gli autori danno una spiegazione molto semplice. Voler fare l'architetto (l'attrice a Hollywood, lo scrittore di successo, il capocannoniere nella Champions League, etc. etc.) è un desiderio che interseca il mondo del sogno. Se pensiamo a quando si era più piccoli, avevamo sempre il compagno di classe che voleva diventare centravanti o quello che sognava di metter su il gruppo rock che avrebbe fatto dimenticare i Rolling Stones.
Sogni di fronte ai quali siamo disposti a qualsiasi sacrificio e sganciamento dalla realtà.
Nel contempo, se ripensiamo a quando andavamo alle scuole medie, non c'è mai una ragazzina che dichiari che il suo sogno è quello di fare la prostituta.

Qui sta la differenza. Che voler perseguire il sogno comporta un percorso difficilissimo e sfiancante. La maggior parte non ci arriva.
C'è chi deve mollare perché ha finito i soldi, chi molla perché ha finito il tempo, chi molla per disperazione o chi molla per pagare il mutuo.
Le cause sono mille e le conosciamo tutti.

Ancora, quello che è importante è la capacità di sognare, quand'anche questo sogno è completamente auto-riferito e scollegato dalla realtà. Se le cose non andranno bene (e statisticamente non andranno bene), il risveglio sarà più o meno doloroso e spiacevole.
Ancora, per fortuna che nel mondo ci sono (sempre più pochi) poeti e sognatori.

Stefano Mirti
s.mirti@interactiondesign-lab.com

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