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Nella pancia del mondo. Architettrici dello spazio pubblico

Marialuisa Palumbo



Questo articolo è stato scritto per il numero 257 di "Parametro", Le ARCHITETTRICI, e successivamente rielaborato in occasione di un dibattito su questo tema alla Fiera del Marmo di Carrara, nello scorso giugno. Non credo esista una specificità femminile nel progetto. Penso però che esista, in architettura come ogni altro luogo, una maggior difficoltà delle donne ad emergere ed ottenere visibilità e credibilità (non solo per progettare un edificio ma anche, per esempio, per guidare un'istituzione come un'Università). Questo articolo nasce allora dal desiderio di fare spazio alle donne, nella piena convinzione del valore assolutamente autonomo (da questioni di genere) dei singoli progetti. In vista di un ulteriore allargamento di questo spazio (e cioè di futuri articoli, pubblicazioni, dibattiti ecc.), invito tutte le progettiste che hanno lavorato o stanno lavorando sul tema dello spazio pubblico (filo rosso del mio sguardo) a scrivermi e inviarmi materiali dei progetti. [MLP]



    Partiamo dal principio. Ovvero, da me che scrivo. Dal mio essere donna e under 40 (primo criterio di orientamento per la selezione delle architettrici di cui si parlerà qui di seguito) e, cosa più importante, dal mio essere osservatrice piuttosto che progettista. La ragione per cui voglio provare a raccontarmi, e cioè a raccontarvi anche di me oltre che delle progettiste che sono il vero soggetto di questo articolo, è che ogni volta di più, ad ogni nuovo articolo che mi ritrovo a scrivere, mi accorgo dell'assoluta parzialità del mio punto di vista, e dell'importanza di questa parzialità in vista della ragione che mi tiene qui: cercare di costruire un senso, dunque distinguere, scegliere, costruire una mappa ovvero un sistema di relazioni, un sistema di orientamento e direzionamento. Questo l'obiettivo di fondo del mio lavoro e, in generale, il ruolo che attribuisco alla teoria: quello di un'azione metaprogettuale, un'azione interpretativa della realtà attuale e possibile, che raccolga e costruisca elementi per l'elaborazione di un progetto di trasformazione della realtà.

Da qui la specificità di questa mappa: i progetti che raccoglie non pretendono affatto di essere i migliori né tanto meno i più rappresentativi di una architettura italiana al femminile (e under 40), piuttosto questi progetti permettono di costruire un certo percorso. Un percorso che non parla di una specificità femminile nel progetto ma di come il progetto può ripensare le relazioni tra forma e uso, pianificazione e partecipazione, temporaneità e permanenza, radicamento locale e proiezione globale. E, soprattutto, un percorso che si svolge interamente nel progetto dello spazio pubblico.

Una mappa dunque non soltanto parziale come tutte le mappe ma anche esplicitamente tendenziosa e cioè mirata a metter in luce (non solo le Architettrici qui nominate ma anche) l'idea che lo spazio è pubblico: è qualcosa, cioè, su cui possiamo e dobbiamo esprimere dei deisderi, non solo come architetti ma innanzitutto come cittadini, uomini, donne e bambini. Ed ecco perchè tanto spazio sarà dato alle scuole e ai bambini (ovvero ai progetti che lavorano con i bambini): non perchè qui si parla di donne architetto, ma perchè qui si parla di diffondere un'idea sovversiva che, come tale, non può se non essere disseminata dal basso, e cioè a partire dai bambini! L'idea, ripeto, è che lo spazio non è qualcosa di dato, una volta e per sempre, ma è qualcosa che possiamo cambiare, trasformare, ridisegnare (qualcosa che, al suo interno, ne contiene sempre almeno un'altra). Addentriamoci dunque in questa mappa a partire da un rogetto che, lavorando su un tema classico dell'architettura, il rapporto col luogo, mostra come sia possibile trasformare con leggerezza.



ANTONELLA MARI. La progettista è Antonella Mari, il progetto, una scuola media per Bitonto (in Puglia), il luogo, è un lotto regolare abitato da una fitta maglia di alberi d'ulivo. Per il resto "terra rossa, piatta, muri a secco...", e accanto alla terra, alle pietre e agli ulivi, "i tendoni dei vigneti, le reti, le loro ombre, la luce che filtra", tendoni come "affascinanti esempi di costruzioni leggere temporanee: onde bianche lucenti che muovono il paesaggio, sorrette da una tessitura di pali sottili e cavi metallici". (1) Il progetto parte da qui, dal luogo e dal paesaggio, e la strategia che propone è quella di eliminare il minor numero possibile di alberi e di utilizzare gli alberi stessi, e le architetture temporanee che li abitano, come matrice per la definizione di un sistema di copertura e di percorsi che raccordano gli spazi interni delle aule (chiuse da muri trasparenti che utilizzano gli alberi stessi come schermatura) con uno spazio esterno che è in parte giardino degli ulivi, in parte percorso, in parte luogo destinato ad attività sportive, teatro ed eventi collettivi all'aperto.


Antonella Mari, concorso per una scuola media a Bitonto, Bari 2002.

Per ridurre al minimo l'espianto degli alberi gli scavi di fondazione sono anch'essi ridotti al minimo: sostituiti da pali direttamente infissi nel terreno a sostegno di una struttura a pilastri e travi metalliche leggermente sollevata dal suolo. Un secondo sistema strutturale definisce la copertura, concepita come una grande pergola costituita da una tessitura leggera di sottili travi di legno che "insinuandosi tra gli alberi definisce e protegge i percorsi aperti, gli accessi principali e le zone destinate alle attività all'aperto" mentre "ripiegandosi sui lati liberi del lotto, diviene elemento verticale di separazione, risolvendo il problema della recinzione". L'idea dunque è che "la scuola rispetta il luogo in cui si inserisce ed insegna a rispettarlo. Si integra con l'ambiente scelto, lo preserva, lo completa, ne enfatizza il carattere". Il progetto trasforma l'uliveto in spazio abitabile, ma questo spazio a sua volta educa all'ascolto del luogo, alla possibilità di rispettarlo e, insieme, di abitarlo.



ARCHITETTURA QUOTIDIANA. Molto diverso, quasi ribaltato, l'approccio al progetto di Architettura Quotidiana (Laura Federici, Laura Negrini, Annalisa Lombardi): al centro dell'attenzione in questo caso è la relazione tra spazio e fruitore attraverso la possibilità di manipolazione ovvero di uso o esperienza fisica, immediata, del corpo nello spazio. Infatti se il nome dello studio dichiara una poetica che pone al centro dell'architettura l'uso quotidiano o normale dello spazio, la ricerca di una modalità di fruizione poco codificabile è l'obiettivo del progetto. Il problema non è spezzare il legame tra forma e funzione a favore di una libera espressività plastica, il problema è lavorare su questo legame per renderlo molteplice, dando al fruitore il compito e il piacere della scoperta di quello che è per lui l'uso migliore.


Architettura Quotidiana con Simona Martino, Mar dei piccoli, concorso di idee "Le città sostenibili delle bambine e dei bambini", primo premio, Taranto 2004.

Nel Mar dei piccoli, un parco giochi per la città di Taranto collocato in una improbabile "area di risulta", circondata da tre lati da vie a scorrimento veloce, e progettato con un processo partecipativo che ha visto i bambini protagonisti insieme agli architetti di un concorso laboratorio, la domanda che le progettiste si pongono è come immaginare uno spazio che sia di gioco senza esserlo in modo preconfezionato. La risposta viene dal trasformare il tema di progetto -il parco giochi- nell'elemento che dà forma allo spazio, immaginando che l'architettura stessa divenga occasione per giocare. È così che i tradizionali elementi da gioco tipo altalene, scivoli, dondoli e così via, vengono sostituiti da un suolo artificiale che si solleva e si fa onda, scivolo, piano inclinato, superficie da scoprire attraverso un possibile uso da inventare. "Nicchie scavate nel muro in cui ritirarsi e fare casetta, percorsi inclinati e pareti curve su cui correre con i pattini, pareti sonore da percorrere come tamburi, pareti forate da attraversare e scavalcare, escrescenze misteriose da esplorare e conquistare. Stalagmiti di forma e dimensioni diverse, alcune attrezzate con prese per arrampicare, altre montate su molle che oscillano sotto il peso del bambino." Uno spazio a misura di bambino perché immediatamente disponibile a divenire altro, ad essere cioè guardato e usato nel modo in cui la fantasia di ogni bambino vuole interpretarlo.




Architettura Quotidiana, Parco multi-funzione, Grottaferrata, Roma 2005.

Mar dei piccoli si configura dunque come un'isola blu, un mare artificiale che si sviluppa come una grande onda che si solleva verso l'alto in corrispondenza delle strade ad alta velocità (per proteggere l'area dalle automobili, dal rumore e dallo smog) e si apre nel lato rivolto verso il quartiere, la scuola e le case. Un suolo che acquisendo tridimensionalità ingloba desideri, suggerimenti e intenzioni tanto degli adulti che dei futuri utenti, a partire da possibili scenari elaborati insieme tra committenza, progettiste e bambini, in un dialogo che coraggiosamente ripropone il senso del progetto come elaborazione di una visione collettiva. Come punto di incontro e di sintesi tra i bisogni, i desideri e la sensibilità di soggetti diversi, con ruoli e ragioni differenti, ma con un problema comune, quello di trasformare un pezzo di città, di esprimere una visione per un luogo che verrà e la vita che lo abiterà. In questo senso il tema della relazione tra forma e uso si articola e si approfondisce nel problema della relazione tra progettisti e utenti, e più in generale tra tutti i soggetti coinvolti nel processo di trasformazione in questione.

Un approccio progettuale per molti aspetti simile caratterizza il progetto per il Parco multi-funzione a Grottaferrata (Roma). Anche qui il progetto scaturisce da un laboratorio partecipato con i bambini della scuola media e si risove nell'idea di un parco che contenga molteplici usi possibili al variare delle ore del giorno e del momento della settimana. Ancora, la modalità di fruizione dello spazio nel nuovo universo scolastico è il tema su cui si articola mai all'angolo, progetto per una scuola primaria e secondaria a Felino (in provincia di Parma). Partendo dalla constatazione che alle tradizionali lezioni ex-cathedra si affiancano ormai numerose attività collaterali spesso svolte in forma laboratoriale, in gruppi e secondo dinamiche di interferenza e ibridazione disciplinare, il progetto della scuola prevede una differenziazione tra aule fisse e mobili. Le prime, destinate ad ospitare gli insegnamenti tradizionali, le seconde, destinate ad attività di scambio e relazione.


Architettura Quotidiana con Federica Caccavale, Mai all'angolo, concorso per una scuola primaria a Felino, Parma 2004.

L'idea è che le aule mobili siano il cuore della nuova scuola e che le attività che esse ospitano possano trarre forza e vitalità dall'essere visivamente e fisicamente in connessione. A partire da questo obiettivo lo schema planimetrico si basa su un sistema di anelli formati da due fasce concentriche: l'esterna, frammentata e affacciata sul giardino, dedicata alle aule fisse, l'interna, continua e affacciata sulla corte, occupata dalle funzioni di interciclo, ed utilizzata come sistema di circolazione e connessione tra i vari anelli. La scuola riesce così a divenire insieme luogo formale e informale, spazio di raccoglimento e concentrazione ma anche luogo di incontro, di scambio, di attraversamento.



OFFICINA5. Sulla questione del rapporto tra uso e flessibilità si concentra il progetto di Officina5 (Paola Gasparri, Lucia Manfredonia, Cristina Monti, Federica Morgia) per la riqualificazione di Piazza San Cosimato a Roma. Considerando la piazza come un sistema temporalmente stratificato di funzioni che si alternano nel corso della giornata (mercato la mattina, sosta e gioco il pomeriggio, luogo di incontro la sera), il progetto si basa su una idea di trasformabilità che ha come elemento decisivo i banchi del mercato. Questi infatti sono progettati così da trasformarsi in sedute per il pomeriggio e per la notte, ribaltando anche la direzione di permeabilità della piazza che da longitudinale, parallela alla strada così da creare un filtro tra l'area carrabile e quella pedonale durante le ore di mercato, diviene trasversale mettendo in relazione i bar e ristoranti della piazza con il fronte stradale.

Nell'insieme l'intervento si articola su una sorta di tessitura continua che, a partire dalla pavimentazione, individua e disegna tutti gli elementi della piazza: "si estrude e diventa seduta, si solidifica e diventa la struttura fissa dei banchi del mercato, si svuota e diventa aiuola, si ondula e diventa prato, si piega e diventa altalena, scivolo, triciclo...". La proposta di una struttura flessibile torna nel progetto per un prototipo di scuola mobile per i villaggi del nord dell'Argentina. La scuola deve rispondere ad un programma semplice: un'aula per venti alunni, servizi ed aula professori. Tenendo conto però della mancanza nei villaggi di altre infrastrutture o servizi, il prototipo si presta a tre diverse configurazioni. Attraverso un sistema di pannelli scorrevoli e basculanti, la pianta può essere strutturata come un'aula studenti ed una professori, due aule piccole (nel caso di alunni con età ed esigenze diverse) ed una professori, oppure un solo spazio continuo a disposizione dell'intera comunità. Con un sistema di copertura in tende colorate, ancorate da picchetti e tiranti d'acciaio, modulate in altezze differenti, lo spazio interno si prolunga all'esterno così da offrire una ulteriore zona d'ombra sufficientemente estesa da divenire area di lezione o di gioco all'aperto. Per garantire l'autonomia energetica, sul blocco servizi prefabbricato sono collocati pannelli solari per acqua calda ed elettricità.


Officina5, concorso per un prototipo di scuola mobile in ambito rurale, Argentina 2003.

Complessivamente gli elementi del progetto, pensato per essere agevolmente trasportato e montato da manodopera non specializzata, sono pochi, semplici e convincenti: elementi strutturali in acciaio imbullonati, tamponature in ondulit traslucido, pedana di legno (da ancorare su cordoli di fondazione in muratura) e tende di cotone impermeabile.



ELLELAB. Su un problema in un certo senso di margine tra pubblico e privato (case individuali ed edilizia pubblica, spazio libero e spazio occupato, spazio privato e spazio condiviso), lavora da qualche anno lo studio ellelab (Sara Braschi, Maria Teresa Bruca ed Eleonora Costa), impegnato nella lettura e successiva riprogettazione del piano libero di Corviale, l'edificio di un chilometro spesso preso a simbolo del degrado della periferia romana. Il progetto si inserisce nel contesto di una ricerca più ampia promossa da Osservatorio Nomade (2) per riaffermare il valore dell'edificio come monumento all'abitare, frutto di una importante stagione di edilizia pubblica ed ottimo punto di osservazione per rilanciare una riflessione sulla necessità di una edilizia alternativa e quella di mercato. In questo quadro, in collaborazione con la Facoltà di architettura di Roma Tre, ellelab ha condotto con gli studenti un laboratorio finalizzato ad una mappatura sensibile delle modalità di appropriazione degli spazi occupati del quarto piano: il piano originariamente destinato a contenere negozi, studi professionali, locali per attività commerciali e sale condominiali, che, dopo anni di abbandono e degrado dovuti alla totale assenza delle attività previste, alla fine degli anni Ottanta, viene occupato da abitazioni abusive. Intendendo per mappatura sensibile "un lavoro in cui il rilievo della trasformazione fisica degli spazi è complementare alla raccolta delle storie dell'occupazione e delle attuali esigenze degli occupanti".

Il tentativo di capire come gli spazi fossero stati metabolizzati attraverso la realizzazione di microtrasformazioni, ha messo in luce come il processo di occupazione abbia soprattutto generato una relazione nuova tra spazi vuoti e costruiti, pubblici e privati. Infatti, dalla appropriazione (operata con l'adozione di un cancello) dello spazio di distribuzione degli appartamenti, sono nate nuove zone condivise per la vita associata: "uno spazio privato condiviso dove alla funzione di semplice distribuzione degli alloggi si affianca quella della socializzazione delle famiglie che condividono questo spazio che diventa un luogo di gioco per i bambini, terrazzo per cene estive, palestra... Così, se lo spazio pubblico si è dimostrato ingestibile nella grande dimensione, è proprio lo spazio condiviso che diventa il luogo delle potenzialità, dove la possibilità di innescare relazioni positive può produrre quel valore aggiunto in grado di migliorare la qualità della vita. La scoperta dell'esistenza e della vitalità di questi luoghi ci ha portato a considerarli elementi 'cardine' in una futura riprogettazione del quarto piano".


Ellelab. Spazi condivisi del piano occupato di Corviale.


Ellelab con Gabriella Azzolini, Stile Libero, Roma 2004.

Dalla mappatura è nato Stile Libero: un "catalogo" che raccoglie e illustra le soluzioni adottate nel processo di autocostruzione, nonché primo luogo condiviso di informazione e confronto tra gli abitanti. Attraverso un successivo Contratto di Quartiere per la Sperimentazione della "qualità fruitiva ed ecosistemica", ed ulteriori "laboratori condominiali" (ovvero attraverso un ulteriore coinvolgimento degli abitanti), ellelab insieme a Cristina Ventura e Francesco Careri (per l'Università di Roma Tre), ha dunque redatto un progetto di minimo intervento basato sul mantenimento dei valori prodotti dall'autoscostruzione come la molteplicità delle tipologie di alloggio e soprattutto la presenza degli spazi comuni condivisi.



STUDIO.EU. Il problema di una metodologia di progetto che scaturisca dall'insieme di relazioni ecologiche e dinamiche sociali che caratterizzano il territorio urbano è al centro dell'interesse di studio.eu (Paola Cannavò, Maria Ippolita Nicotera e Francesca Venier). Proposta di fondo dello studio è che l'architettura del paesaggio possa divenire uno strumento per affrontare il progetto urbano sollecitando piuttosto che a determinare oggetti in sé compiuti, ad innescare "spore che crescendo maturano e si trasformano per diventare nuovamente principio". (3) Il ragionamento parte da una precisa visione della realtà urbana e dei suoi meccanismi di trasformazione. La forma della città è continuamente investita da veloci mutamenti dovuti alle dinamiche economiche e al mutare delle esigenze dei fruitori. Ai mutamenti volontariamente innescati dal progetto corrispondono delle mutazioni innescate per conseguenza indiretta: "I progetti urbani nel costruire nuovi spazi definiscono dei limiti, danno origine a un dentro e un fuori, a un disegno coerente e al suo negativo". Questo negativo prende spesso la forma di un vuoto, un'area dimessa, una zona di risulta, uno spazio incompiuto. "Nuove esigenze e nuove attività creano luoghi e producono scarti. [...] Questi spazi sono le ex fabbriche dismesse, le reti infrastrutturali costruite e mai realizzate e gli spazi di risulta che queste creano sovrapponendosi alla struttura urbana. Ma sono anche edifici residenziali, letti di fiumi o zone archeologiche". Ed è qui che occorre "inserire spore di qualità", è questo il territorio in cui la città può crescere senza necessariamente espandersi. Allo stesso tempo è in questi luoghi che la pratica dell'appropriazione spontanea dello spazio da parte degli abitanti continuamente inventa forme d'uso che danno vita a nuovi paesaggi, offrendo importanti suggerimenti alle amministrazioni locali e spesso dando vita a spazi davvero "pubblici" perché la collettività se ne appropria, li nomina, li vive, facendone un mercato piuttosto che un campo sportivo o un parco.


studio.eu, Temporäre Gärten 2003, Berlino 2003.

Dunque accanto al ragionamento ecologico ("ogni trasformazione dovrebbe considerare la sua sostenibilità ambientale come un elemento determinante del processo. [...] Questo può avvenire attraverso quella che possiamo definire una ecologia creativa: un approccio che non contempli esclusivamente la considerazione scientifica dell'ambiente ma anche una sua interpretazione progettuale"), l'altra chiave che caratterizza il lavoro di studio.eu è quella dell'attenzione verso le dinamiche sociali di fruizione dello spazio. Ovvero, come progettare spazi che le persone usino e facciano propri? Come progettare spazi che stimolino le relazioni sociali? Per rispondere a queste domande ogni progetto diviene l'occasione per mettere appunto un dispositivo dinamico, una scintilla che dia vita allo spazio.

Per esempio, nel caso della manifestazione di Giardini Temporanei 2003, organizzata ogni anno a Berlino da un gruppo di architetti del paesaggio con l'intento di puntare l'attenzione su zone abbandonate o non vissute per innescare la miccia di una possibile trasformazione, studio.eu propone di stimolare i cittadini a riscoprire il tratto di Friedrichstrasse investito dalla manifestazione portandovi un aspetto poco frequentato del commercio: il baratto. Questo è individuato come meccanismo o pretesto per aggregare gli abitanti intorno ad un'attività comune: un mercato dell'usato che coinvolga non solo gli abitanti ma anche i negozi, i bar e le attività commerciali circostanti. Coinvolgendo anche il vicino mercato generale dei fiori l'idea è completa: oggetti usati in cambio di semi e bulbi di fiori. Prenotando via Internet la porzione di suolo pubblico desiderata, ognuno poteva così gratuitamente partecipare più o meno attivamente al bazar, riappropriandosi di un area in cui la vita sociale non aveva attecchito.

"L'intensità di questa appropriazione si è potuta leggere direttamente sulla superficie occupata: la chiara forma geometrica dell'area del mercato, disegnata sul terreno con della polvere di gesso, si è allargata con l'uso. Le tracce di gesso trasportate dai piedi dei fruitori hanno segnato il territorio urbano, evidenziando come uno spazio normalmente vuoto è stato occupato e vissuto. I semi che hanno avviato il processo, se piantati e nutriti, cresceranno diventando strutture stabili." È questa l'attenzione e la tensione costante di studio.eu: innescare processi in grado di maturare, e cioè di evolvere rafforzandosi nel tempo. E dal punto di vista del tempo, lo studio propone una distinzione chiara tra interventi finalizzati ad una trasformazione temporanea di aree problematiche, con l'obiettivo di costruire visioni di un diverso futuro possibile dal quale gli abitanti e le amministrazioni possano partire per innescare processi duraturi, ed interventi programmatici a lunga scadenza, mirati a definire la struttura di paesaggi futuri.

A questa seconda categoria appartiene il progetto per la città di Cottbus in Germania, centro di una regione industriale interessata da un processo di spopolamento dovuto all'esaurimento dei giacimenti di carbone. In controtendenza rispetto allo spopolamento in atto, la città prevede comunque un'espansione residenziale sull'area industriale in abbandono, un'area collocata tra la città esistente ed un lago oggi inesistente ma che nel 2030 dovrebbe riempire il buco lasciato dalla miniera a cielo aperto. Dati i tempi lunghi e la velocità del cambiamento che potrebbe generare condizioni fortemente mutate da qui a trent'anni, il progetto propone di non definire la forma che il territorio dovrà assumere nel 2030 ma piuttosto di innescare una serie di processi volti ad attivare una nuova forma di paesaggio su cui successive trasformazioni potranno aver luogo. Valorizzando le risorse disponibili si propone di riutilizzare la sabbia, materiale di scarto della miniera, per modellare il nuovo paesaggio con un sistema di dune (che proteggano oggi la città dal rumore della miniera domani le spiagge dalla città), di avviare un processo biologico di risanamento delle aree industriali e di infoltire le tracce dei boschi esistenti. Quando nel 2030 esisterà il lago e con esso le dune, le spiagge e i boschi, si potrà far posto per nuovi insediamenti residenziali oppure "la città, non più in crescita e consolidata nei suoi margini, avrà alle sue porte un nuovo paesaggio di cui godere".



ZENOBIA. A differenza dei casi precedenti, Zenobia non è uno studio vero e proprio ma una associazione (fondata da Silvia Cioli, Elisabetta Cipriani, Luigi D'Anna, Patrizia Faraone, Maria Luisa Russino, Fabrizio Finucci, Claudia Giordano, Irma Vassalli e Paola D'Angelo) nata con l'obiettivo di far crescere, attraverso la comunicazione, il senso di appartenenza delle comunità al loro ambiente al fine di tutelarne la trasformazione. Per questo fine, se le pratiche partecipative sono lo strumento principale che l'associazione vuole promuovere e diffondere nell'iter progettuale, l'attenzione per la formazione e la didattica è altrettanto centrale per l'attività del gruppo.


Zenobia con Italia Nostra e Ufficio del PRG del Comune di Roma, Caro Sindaco... Le osservazioni dei bambini/e al nuovo PRG di Roma, Roma 2003.

Da questa attenzione nasce "Caro Sindaco... Le osservazioni dei bambini/e al nuovo Prg di Roma" un progetto sviluppato insieme a Italia Nostra, l'ufficio Piano Regolatore dei Bambini del comune di Roma e alle scuole del XII e VII Municipio. Il progetto che prevedeva una attività di formazione per i docenti delle scuole, una attività di assistenza in classe per monitorare il lavoro svolto con i bambini e l'accompagnamento delle classi in esplorazioni a piedi in giro per il quartiere, ha mostrato ad adulti e bambini come è possibile leggere lo spazio: osservarlo, descriverlo, mapparlo, a partire dallo spazio della propria casa e poi dal percorso da casa a scuola e poi ancora nei molti percorsi che connettono luoghi anche molto diversi (la biblioteca, il centro sociale, gli uffici del comune etc.). Ma anche, subito dopo, il progetto è servito a far capire come sia possibile pensare (e chiedere) la trasformazione a partire dai propri bisogni e desideri di bambini e di cittadini.


Zenobia con Italia Nostra e Ufficio del PRG del Comune di Roma, Caro Sindaco... Le osservazioni dei bambini/e al nuovo PRG di Roma, Roma 2003.

Ritornando allora al principio, ed alla riflessione sulla parzialità del mio punto di vista, voglio ancora ribadire come ciò che, al di là dei singoli progetti, ho cercato di mostrare, è una concezione del progetto come strumento capace di confrontarsi in modo critico e propositivo con la realtà presente, immaginandone una dimensione ulteriore dove trovino spazio nuove forme d'equilibrio. Equilibrio che parte dalla finalizzazione del progetto all'uomo e quindi alle sue forme d'uso, alle sue ragioni e desideri, attraverso una pratica di ascolto, di inclusione e di apertura del progetto alla modificazione di chi se ne appropria, ma anche e allo stesso tempo, dal riconoscimento dell'esistenza di un referente globale e cioè di un sistema Terra in cui abitanti e ambienti, paesaggio naturale e costruito, sono inesorabilmente legati.


Zenobia con Italia Nostra e Ufficio del PRG del Comune di Roma, Caro Sindaco... Le osservazioni dei bambini/e al nuovo PRG di Roma, Roma 2003.

Da qui l'importanza centrale attribuita al tema dello spazio collettivo: dalle scuole alle piazze, dagli spazi condivisi di Corviale, l'edificio città, alla scala territoriale del disegno di Cottbus dove ad un piano edilizio si sostituisce un piano paesaggistico per sviluppare una nuova risorsa naturale collettiva. In un mondo che certamente è sotto tutti gli aspetti lontano dall'equilibrio e in cui il fronte della battaglia per i diritti di tutti ad una vita migliore resta più che mai aperto e necessario (diritti ad una casa, a spazi per giocare, per respirare...), credo che gli sforzi di una architettura di ricerca non possano se non concentrarsi in questa direzione. Agli architetti, uomini e donne, ed al progetto in generale come strumento di proiezione in un futuro non dato ma possibile, credo che spetti innanzitutto il compito di tener viva l'idea che c'è un altro mondo nella pancia di questo. Non resta che continuare a camminare e trovare le strade per fargli spazio.

Marialuisa Palumbo
malupa@libero.it
[02sep2006]
NOTE:

1. Questa e tutte le citazioni dell'articolo, tranne diversamente specificato, sono tratte delle relazioni di progetto.
2. ON/Osservatorio Nomade è un collettivo di artisti e architetti nato nel 2002 intorno al lavoro di Stalker, laboratorio di arte urbana e ricerche sul territorio.
3. Questa e le altre citazioni su studio.eu sono tratte da Paola Cannavò, A_TRA_VERSO inseguire la trasformazione, Mandragora, Firenze, 2004.

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